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Fare le fusa

Testi dialettali

Quando uno scolaro usava indistintamente il verbo fare nei componimenti, certi maestri di una volta glielo facevano notare per invitarlo a cercare una parola più precisa: ad esempio, al posto di si fa è meglio scrivere che si esercita un mestiere, si frequenta il liceo, si presenta un ricorso, ecc. In un certo senso, si può dire che nei dialetti si assiste da decenni a una forte perdita di proprietà linguistica (e, trattandosi di dialetti, non esistono né sono mai esistiti degli insegnanti pronti a correggere chi parla...). Termini specifici per una data azione vengono sempre più sostituiti da ­parole generiche. Concentriamoci su un solo caso: le espressioni per indicare il ‘fare le fusa' del gatto. Che cosa “fa” oggi il gatto? Molti risponderebbero: el gatt el ronróna, oppure al gatt u fa ronròn, con una voce imitativa nata nel linguaggio affettivo, infantile o usato con i bambini. Ma ogni tanto qualcuno telefona al Centro di dialet­tologia della Svizzera italiana perché gli sembra che una volta, per questo gradito atteggiamento felino, esistesse nel suo ­dialetto un vocabolo specifico, che però non riesce più a ricordare.

Vediamo allora di esaminare brevemente quali sono queste espressioni a rischio di estinzione. I materiali di cui disponiamo si lasciano raggruppare secondo tre tipi di rumori ai quali è stato paragonato il ‘fare le fusa’.

Un primo gruppo risale a paragoni con suoni rumorosi emessi dall'uomo: il verbo a cui più spesso si fa riferimento è ronfá ‘russare'; nell'Onsernone e in Val Verzasca roncaa (che esprime la stes­­sa idea, anche se contiene spesso la sfumatura del ‘rantolare nel sonno'); a Peccia rantaiaa (una variante locale del lombardo rantegá: siamo ancora nell’ambito del ‘rantolare'); con questi andran­no anche il bregagliotto runzlèr, raccolto a Soglio, e, forse, il poschiavino ranzigá, che saranno da avvicinare al romancio ranzliàr ‘russare lievemente; rantolare’.

Nel secondo gruppo il paragone è stabilito con il borbottio umano: a Losone e a Robasacco è stato raccolto rogná ‘brontolare’; più spesso si tratta del mormorio che si sente quando si recitano le preghiere: in qualche località del Luganese troviamo infatti le espressioni dí ur rusari, dire il rosario, oppure dii or patèr, recita­re il Pater Noster.

Nel terzo gruppo il paragone è col rumore di arnesi mossi in modo ripetitivo. Nel Poschiavino, al gatt al ména l carèll, fa cioè andare l’arcolaio, il filatoio; nel Lugane­se al fa i füs, fa i fusi; in Leventina e in qual­che località della Val di Blenio, del Bellinzonese e del Lugane­se ‘fare le fusa' si dice firá, firè ‘filare'. A Brissago, el gatt o ména la penagia, aziona la zangola, oppure o ména el butér, fa il burro; a Intragna, invece, u fa la spissü­ra, fa la panna.

Se allarghiamo il raggio d'osservazione ai dialetti italiani, notiamo che queste immagini si ripresentano. Diffuso il paragone col ‘russare’ (anche in italiano, del resto, il gatto russa); ritroviamo il gatto che dice le preghiere (nelle Marche disce u rosario, in provincia di Catania si dici u rusariu, nel Trentino e nel Parmigiano el dis s® la coróna, nel Vicentino el dise le orassión, in Liguria u disce u crédu e in Umbria disce l crédo, in provincia di Bari déiscë u dësárië, dice il dies illa) o il gatto che brontola, borbotta (in qualche dialetto dell’Italia del Nord al rugna, nel Bresciano al rantéga e al brontóla, in provincia di Viterbo bur­bú­ca); e ritroviamo il gatto che muove oggetti in modo ripetitivo (in genere, legati alla filatura: in varie località dell’Italia settentrionale e centrale fa i cannelli, fa il cordone; in piemontese fa le spòle, in calabrese fila u cutuni): alla luce di tutti questi dati, si può dar ragione ad Angelico Prati quan­do, nel 1942, spiegava definitivamente l'italiano fare le fusa rimandando al lavoro delle donne con il fuso: i dialetti ci aiutano non di rado a spiegare la storia di parole della lingua italiana. Per fini­re questa breve rassegna, diciamo che in Italia il gatto lavora anche alla macina (el masna, in provincia di Trento), o, in qualche luogo, al tornio.

Questo è solo un esempio per illustrare la ricchezza di espressioni dialettali, diffuse in questo caso almeno fino alla Si­cilia, che rischiamo di perdere; e il gatto, sornione, resta a guardare…

Dario Petrini, 3 settembre 1998 da: Le Zolle, CDSI”